Mamma mia quanto tempo che non vengo qui.
Questo posto sa di vecchio, c'è polvere ovunque.
Ricorda alcune parti della mia vita.
La scrittura per esempio, o la fotografia (fatele voi, d'altronde, foto col sensore rigato, senza l'autofocus e con simpatici riflessi e rifrazioni nel mirino), o la tesi (già, se non ci siamo sentiti così a lungo un motivo c'è, e non è il solito bighellonare: ho finito gli esami, con buona pace mia, di mamma e papà e di Nostro Signore, e sono sotto tesi. Nello stesso tempo ho anche scoperto di aver sbagliato, e non di poco, la strada intrapresa, ma questa è un'altra storia), o il canto, il disegno, la guida sportiva e in generale tutte quelle cose la cui presenza un tempo mi rendeva un istrionico "edelmann" (belli i tempi in cui il papà della Zambo affermava, ben descrivendo la situazione, "l'Ale è ovunque") e la cui assenza (o il mio morboso attaccamento alle stesse) oggi mi mostrano per quello che sono, o sono momentaneamente diventato: un nostalgico ancorato al passato e al suo provincialismo, troppo impegnato ad organizzare le stesse belle cose cui è legato per rifarle o farne di nuove.
Insomma, sarebbe tempo di ridedicarmi almeno alle arti, ma il tutto si riduce quotidiantamente a blandi tentativi in boxer davanti al pc, boccheggiando per il caldo e asciugando dalla fronte il sudore con la manica della camicia: mi segno cosa devo comprare se voglio iniziare a disegnare a carboncino, ripeto sei o sette volte i tre accordi in croce che ho imparato con la chitarra (li conosco, si, ma non so passare dagli uni agli altri: utile), sfoglio le foto fatte negli ultimi anni sperando di scoprirne per caso una ben fatta e mai vista, anniento i vicini con l'onda d'urto prodotta dal canto dei pezzi con maggior numero di acuti che ho (normalmente di Baglioni, Masini o Cocciante, pensate che due palle poverini. Non i tre cantanti: i vicini!)... per non parlare dei tentativi di avvicinamento ad una forma fisica normale! Gli ultimi piegamenti sulle braccia, uniti al ventilatore e alle sudate notturne, si sono conclusi con un torcicollo che mi ha bloccato per una settimana intera.
Ma d'altronde, per chi non lo sapesse, io senza il torcicollo perderei la mia essenza.
Per fortuna però, tanto per essere innovativi e riprendere almeno uno dei tre leitmotiv di questo blog (voglia di passato/infanzia - stagioni fredde/malinconiche/poetiche - persone lontane/scomparse/scappate), sta arrivando l'autunno, e questo mi rende felice: spariranno i solleoni per dar posto ai tramonti favolosi di settembre, alla nebbia con i lampioni che si dissolvono e ai lastroni di ghiaccio sull'asfalto, le saune in camera davanti al pc lasceranno il posto alle spese nei centri commerciali che entri con il sole ed esci che è già buio, la routine noiosa e vacanziera dell'avvilente "non si può perdere nemmeno un giorno di mare" farà posto all'orgasmo multicolore delle foglie cadute sui ciottoli di Città Alta mentre vado in radio o sull'asfalto tra Costa Imagna e il Pertus.
A decretare questo avvento, come ogni dodici mesi, è arrivato il mio capodanno d'agosto: per uno come me il cui anno inizia con i primi di settembre (ho ancora i ritmi del liceo, evidentemente: sono una specie di Zac Efron ma con meno capelli), i fuochi d'artificio sparati dallo stadio (meglio noti come i fuochi di Santa Caterina) in zona ferragosto decretano la fine dell'anno vecchio - con un sacco di cose da buttare dalla finestra - e l'inizio del nuovo.
E' sempre uno spettacolo affascinante: quest'anno sono arrivato di corsa, trafelato e appesantito per una cena durata troppo che mi/ci ha fatto perdere l'inizio dello show, e mi sono ritrovato in un punto dove oltre che i fuochi in sè (ma si dirà in sè o in loro? I fuochi in loro e per loro? Mah, non ho voglia di cercare) era interessante guardare la gente.
La gente col naso all'insù, la gente abbracciata, la gente tutta uguale, per pochi minuti, sotto i fuochi, democratici, come la neve di Joyce che scende su tutti, "vivi e morti", e che eguaglia. Non importa se di lì a poco ci divideremo e ognuno andrà per la sua strada: siamo lì e ci siamo tutti. Uguali.
Boom, poom, pum. Stelle filanti dorate, salici piangenti disegnati in cielo, spirali scoppiettanti che ricordano i film sull'antica Cina. Bim, bum, bam, bem.
Chissà quante persone che conosco sono qui attorno e non lo so. Amici, vecchi amori, nemici, conoscenti, moltitudine ammaliata da quelle danze ipnotiche e consapevole del sapore di transizione delle stesse: finiscono le vacanze, la città si ripopola, le code si spostano dalle autostrade alle città e si accolgono i mesi del duro lavoro, del freddo e dell'attesa per l'estate successiva. (Almeno per gli altri, s'intende).
Li abbraccerei tutti, forse non solo oggi.
Ma è tardi, forse non solo oggi, e quindi guardo avanti.
Chissà che non sia tornato a scrivere, che non sia di nuovo "sul pezzo". Notte sparuti lettori
Questo posto sa di vecchio, c'è polvere ovunque.
Ricorda alcune parti della mia vita.
La scrittura per esempio, o la fotografia (fatele voi, d'altronde, foto col sensore rigato, senza l'autofocus e con simpatici riflessi e rifrazioni nel mirino), o la tesi (già, se non ci siamo sentiti così a lungo un motivo c'è, e non è il solito bighellonare: ho finito gli esami, con buona pace mia, di mamma e papà e di Nostro Signore, e sono sotto tesi. Nello stesso tempo ho anche scoperto di aver sbagliato, e non di poco, la strada intrapresa, ma questa è un'altra storia), o il canto, il disegno, la guida sportiva e in generale tutte quelle cose la cui presenza un tempo mi rendeva un istrionico "edelmann" (belli i tempi in cui il papà della Zambo affermava, ben descrivendo la situazione, "l'Ale è ovunque") e la cui assenza (o il mio morboso attaccamento alle stesse) oggi mi mostrano per quello che sono, o sono momentaneamente diventato: un nostalgico ancorato al passato e al suo provincialismo, troppo impegnato ad organizzare le stesse belle cose cui è legato per rifarle o farne di nuove.
Insomma, sarebbe tempo di ridedicarmi almeno alle arti, ma il tutto si riduce quotidiantamente a blandi tentativi in boxer davanti al pc, boccheggiando per il caldo e asciugando dalla fronte il sudore con la manica della camicia: mi segno cosa devo comprare se voglio iniziare a disegnare a carboncino, ripeto sei o sette volte i tre accordi in croce che ho imparato con la chitarra (li conosco, si, ma non so passare dagli uni agli altri: utile), sfoglio le foto fatte negli ultimi anni sperando di scoprirne per caso una ben fatta e mai vista, anniento i vicini con l'onda d'urto prodotta dal canto dei pezzi con maggior numero di acuti che ho (normalmente di Baglioni, Masini o Cocciante, pensate che due palle poverini. Non i tre cantanti: i vicini!)... per non parlare dei tentativi di avvicinamento ad una forma fisica normale! Gli ultimi piegamenti sulle braccia, uniti al ventilatore e alle sudate notturne, si sono conclusi con un torcicollo che mi ha bloccato per una settimana intera.
Ma d'altronde, per chi non lo sapesse, io senza il torcicollo perderei la mia essenza.
Per fortuna però, tanto per essere innovativi e riprendere almeno uno dei tre leitmotiv di questo blog (voglia di passato/infanzia - stagioni fredde/malinconiche/poetiche - persone lontane/scomparse/scappate), sta arrivando l'autunno, e questo mi rende felice: spariranno i solleoni per dar posto ai tramonti favolosi di settembre, alla nebbia con i lampioni che si dissolvono e ai lastroni di ghiaccio sull'asfalto, le saune in camera davanti al pc lasceranno il posto alle spese nei centri commerciali che entri con il sole ed esci che è già buio, la routine noiosa e vacanziera dell'avvilente "non si può perdere nemmeno un giorno di mare" farà posto all'orgasmo multicolore delle foglie cadute sui ciottoli di Città Alta mentre vado in radio o sull'asfalto tra Costa Imagna e il Pertus.
A decretare questo avvento, come ogni dodici mesi, è arrivato il mio capodanno d'agosto: per uno come me il cui anno inizia con i primi di settembre (ho ancora i ritmi del liceo, evidentemente: sono una specie di Zac Efron ma con meno capelli), i fuochi d'artificio sparati dallo stadio (meglio noti come i fuochi di Santa Caterina) in zona ferragosto decretano la fine dell'anno vecchio - con un sacco di cose da buttare dalla finestra - e l'inizio del nuovo.
E' sempre uno spettacolo affascinante: quest'anno sono arrivato di corsa, trafelato e appesantito per una cena durata troppo che mi/ci ha fatto perdere l'inizio dello show, e mi sono ritrovato in un punto dove oltre che i fuochi in sè (ma si dirà in sè o in loro? I fuochi in loro e per loro? Mah, non ho voglia di cercare) era interessante guardare la gente.
La gente col naso all'insù, la gente abbracciata, la gente tutta uguale, per pochi minuti, sotto i fuochi, democratici, come la neve di Joyce che scende su tutti, "vivi e morti", e che eguaglia. Non importa se di lì a poco ci divideremo e ognuno andrà per la sua strada: siamo lì e ci siamo tutti. Uguali.
Boom, poom, pum. Stelle filanti dorate, salici piangenti disegnati in cielo, spirali scoppiettanti che ricordano i film sull'antica Cina. Bim, bum, bam, bem.
Chissà quante persone che conosco sono qui attorno e non lo so. Amici, vecchi amori, nemici, conoscenti, moltitudine ammaliata da quelle danze ipnotiche e consapevole del sapore di transizione delle stesse: finiscono le vacanze, la città si ripopola, le code si spostano dalle autostrade alle città e si accolgono i mesi del duro lavoro, del freddo e dell'attesa per l'estate successiva. (Almeno per gli altri, s'intende).
Li abbraccerei tutti, forse non solo oggi.
Ma è tardi, forse non solo oggi, e quindi guardo avanti.
Chissà che non sia tornato a scrivere, che non sia di nuovo "sul pezzo". Notte sparuti lettori
scritto da Rainman85 | categoria:stanze di vita quotidiana |
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